Un film di Luca Guadagnino
Basato sull’omonimo romanzo di William S. Burroughs
con Daniel Craig, Drew Starkey, Lesley Manville, Jason Schwartzman, Henrique Zaga
nelle sale dal 17 aprile
Fin dai titoli di testa, molto curati come tutto il film, siamo messi di fronte all’anima del protagonista: una serie di still life identificano il suo mondo. I libri, gli occhiali, le sigarette: scorrono tutti gli oggetti a cui un viaggiatore non può rinunciare e che definiscono la sua essenza. Lee non è un turista, è un viaggiatore. E la differenza è grande. Un viaggiatore abita i luoghi che visita, ci prende casa, entra nel tessuto vitale del territorio e non ha mai paura di sporcarsi le mani. Lee, trasparente alter ego di William Lee Burroughs e protagonista del suo romanzo Queer, appartiene a quella comunità di occidentali che si perdevano nel Terzo Mondo. Lee è a Città del Messico, ma la stessa atmosfera negli anni Cinquanta si respirava a Tangeri, a Nairobi, a Bangkok, a Manila.

Gli occidentali, artefici e al tempo stesso vittime del tardo colonialismo, subivano il fascino dell’esotico e ciascuno cercava qualcosa, disponibile a un’esistenza spericolata, anzi proprio attratto dal rischio. Lee cerca ispirazione per i suoi romanzi anche se fatica a scrivere, ma cerca soprattutto lo stordimento della droga e del sesso. L’amore mercenario, in cui si mescolano seduzione e senso di colpa, è facile e torbido in quelle città al sole dei Tropici, città che ignorano le regole e dove tutto è possibile. Lee, un meraviglioso Daniel Craig, virile e vulnerabile, affamato e stordito, si trascina in un girovagare sessuale, geografico e lisergico nelle viscere di Città del Messico, ricostruita benissimo con grande sforzo produttivo in Sicilia e negli studi di Cinecittà. Si ubriaca, fuma, abborda e si lascia abbordare da maschi spigolosi, perché essere maltrattati fa parte del gioco.

La vicenda si articola in capitoli, in un universo barocco e queer, punteggiato di riferimenti culturali perché quello di Lee è un viaggio al termine della notte che, come un’Alice perversa, lo conduce al di là dello specchio. Il regista lo racconta anche scegliendo di mostrare allo spettatore sullo schermo di un vecchio televisore le immagini suggestive dell’Orfeo di Cocteau, quel perdersi liquefacendosi dietro lo specchio.

In una narrazione fedele al romanzo, vediamo Lee innamorarsi di Eugene, un giovane americano appena arrivato a Città del Messico e umiliarsi poi in un devastante rapporto di dipendenza affettiva quanto mai ben rappresentato. Ma il perdersi di Lee non è solo nel sesso è anche negli oppiacei e infine nella ricerca ossessiva della droga più misteriosa la Yage. Per sperimentarla si spingerà, trascinandosi appresso Eugene, fin nella foresta amazzonica.

Le emozioni che ci arrivano da questa opera che Guadagnino elaborava da anni e anni riportano alla memoria tanto cinema e tanta letteratura. Lee è come Kurtz che impazzisce in Cuore di tenebra e poi Apocalypse now, è Fitzcarraldo ossessionato dall’impossibile sfida di costruire un teatro d’opera in Amazzonia, è Fassbinder attratto dai corpi sudati, è Jodorowsky che vuole scalare la Montagna sacra ed è David Lynch che avrebbe usato il suo stile surrealista per raccontarlo.

Film psichedelico, traboccante arte, cinema e desiderio, film ostaggio di tutte le dipendenze, ha trovato nell’eleganza incurante e nella spregiudicatezza di Daniel Craig l’interprete perfetto. Solo lui poteva muoversi inesausto e sempre credibile di locanda in locanda, di bar in bar, desiderando, possedendo o anche solo ammirando tutti quei corpi maschili unica consolazione di fronte all’insensatezza dell’esistenza.