Un film di David Cronenberg
con Vincent Cassel, Diane Kruger, Guy Pearce, Sandrine Holt
nelle sale dal 3 aprile
Ci sono film e registi per pochi, sono opere di autori che prediligono tematiche estreme, che non cercano l’approvazione e vanno dritti per la loro strada. Autori con cui la sintonia e l’affinità sono indispensabili anche solo per un cauto avvicinamento. David Cronenberg è uno di questi, ogni suo titolo rappresenta le sue ossessioni che possono inquietare, affascinare, disturbare o anche respingere.

Il regista canadese scava nell’animo umano, racconta la fusione perversa della tecnologia con la carne, mette in scena corpi mutanti, la morbosità non lo spaventa, anzi la ricerca consapevolmente, qua e là con esiti insostenibili. A volte ci azzecca, come quando ben prima che diventasse una realtà scientifica, in un suo film aveva ipotizzato l’uso delle cellule staminali.
La medicina con le sue sperimentazioni, la tecnologia che trasforma i corpi e li contamina, il sottile confine che per alcuni esiste fra il piacere e il dolore sono tutte tematiche in cui si è calato, senza rete, senza curarsi dello spettatore.

In questo ultimo film, presentato al Festival di Cannes, riaffiorano tutte le ossessioni che ha coltivato per anni, per esprimere un dolore privato: la morte dell’amatissima moglie. Ecco così che il film diventa una sua personalissima elaborazione del lutto.
Al centro della storia c’è Karsh, un uomo d’affari che, disperato per la scomparsa della moglie a lungo malata, ha inventato una tecnologia che permette di monitorare quello che succede nella bara, ovvero di seguire in diretta la sorte del corpo. Macabro, certo, ma per chi non si rassegna può essere un modo devastante di rallentare la separazione, di tenere viva una memoria seppure paranoica. Quando alcuni vandali profanano le tombe di questo avveniristico cimitero, Karsh si mette sulle loro tracce.

La storia procede claustrofobica, buia, dolorosa. E a mio parere non troppo interessante. Più interessanti altri aspetti. Il primo, l’adesione totale del protagonista, Vincent Cassel al ruolo in cui si è immerso senza protezione, diventando una sorta di doppio del regista a cui, con la stessa pettinatura e smagrito, assomiglia così tanto da essere in certe inquadrature, con certi tagli di luce, indistinguibile da Cronenberg
Anche con l’altra protagonista l’autore mette in campo la sua ossessione per il doppio che ha affrontato in tanti film (ricordate Inseparabili?). Diane Kruger infatti riveste tre ruoli, la moglie scomparsa, la sorella e l’avatar in un gioco di specchi che a volte sfugge di mano al regista. Infine, non in primo piano ma comunque presente in tutto il film, sottotraccia, è il sesso. Desideri e eccitazione convergono in percorsi inusuali (vi ricordate Crash?) arrivando all’inguardabile: ci si può eccitare anche pensando alle cure su una donna malata terminale. Troppo? Sì, ma non per David Cronenberg, perché il suo cinema diventa anche cyber-filosofia.

Insomma, lo avete capito, questo è un film a sé, consigliato solo a chi conosce e apprezza il lavoro di Cronenberg ed è pronto a dargli fiducia anche per un film così estremo (come tutti i suoi del resto) ma, e questa è una prima volta, credo si debba rispettare un film così personale. L’uomo Cronenberg chiede aiuto al regista Cronenberg per trovare un senso alla morte e quindi, da ateo, da artista e intellettuale, prova a costruire una strada per avere la contezza della perdita della donna amata. Affrontare l’inguardabile, anche la decomposizione di un corpo, diventa una trasposizione psicanalitica e artistica per elaborare il lutto della perdita.